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Oggi voglio parlarvi di “Mela zeta”, romanzo di Ginevra Bompiani, scrittrice, traduttrice ed editrice della Nottetempo Edizioni.

Mela Zeta: una premessa

Una premessa è obbligatoria per spiegare la scelta, da parte dell’autrice, di questo titolo che potrebbe sembrare un po’ strano. “Mela zeta” è la composizione di tasti che permette di annullare l’ultima azione e di tornare indietro di un passo (si riferisce proprio al comando Mela + Z, o CTRL + Z per gli utenti Windows che utilizziamo quotidianamente sulla tastiera del nostro pc o MAC).

Ripetendola, continui a tornare indietro, sempre di un passo, fino a quel punto in cui tutto era ancora possibile, all’origine della catena che ti ha portato al momento cruciale in cui ti trovi ora, di fronte alla grande onda che forse ti sommergerà e serve quindi come spunto all’autrice per ritornare su esperienze da lei vissute e persone da lei incontrate e delle quali parla nel suo libro.

Anche la scelta della copertina ha un significato ben preciso e lo spiega la stessa Bompiani nel prologo di “Mela zeta”


“Se qualcuno nella stanza accanto, qualcuno che conosco, entra all’improvviso, io sobbalzo. Mentre se sulla parete si materializzasse una sagoma venuta dal nulla, sconosciuta, impensata, resterei a guardare a bocca aperta. Così succede con le grandi onde che vengono a devastare la nostra vita, a mutarla, da continente a isola, da isola a penisola, da penisola a deserto. E quando l’onda è ormai a pochi passi dalla riva e non c’è più fuga possibile, non puoi, come sulla tastiera, premere mela zeta e tornare indietro, a un momento fa, quando era ancora lontana e potevi fuggire o metterti al riparo e lanciare l’allarme.”


Ecco l’argomento di “Mela zeta”, dunque: gli incontri dell’autrice con una varia umanità, appartenente soprattutto alla classe intellettuale, incontri il cui impatto è sempre sensibile.

I temi di Mela Zeta

Fatta questa premessa, l’incipit del romanzo sembra avere poco a che fare con quanto spiegato fino ad ora e, quindi, con il tema principale di cui la Bompiani vuole parlare. Il libro si apre, infatti, con l’immagine di Ginevra Bompiani che, negli anni Novanta, decide di impegnarsi in modo concreato riguardo la guerra nei Balcani e decide, quindi, di riempire un camioncino di beni di prima necessità e partire per il fronte.

L’evidente contrasto tra le prima pagine del libro e lo svolgimento successivo è così forte che, come ci suggerisce l’autrice, ci fanno pensare ad un altro grande autore della nostra letteratura novecentesca: Cesare Pavese. Perché Cesare Pavese? Probabilmente l’autrice ha utilizzato la figura del celebre autore per trasmettere l’idea di incapacità di agire e, sempre secondo la mia interpretazione, lo ha fatto per spiegare la quiescenza di una buona parte di italiani nei confronti del regime fascista.

È anche di rivoluzioni che la Bompiani parla nel suo libro e riguardo a questo tema esprime il suo pensiero


“Se la rivoluzione non è certo nelle mani del singolo, allo stesso tempo è necessario che il singolo
si impegni in qualcosa, che scelga una causa piccola in cui il suo contributo possa fare la differenza.”


Le figure presenti in Mela Zeta

Sono tante le figure che vengono presentate ed analizzate da Ginevra Bompiani in “Mela zeta”; prima di queste è l’intellettuale José Bergamìn, schierato contro il regime franchista e critico anche della nuovamente democratica Spagna degli anni Ottanta. La Bompiani dedica a lui intense pagine del romanzo nella quali mostra una grande vicinanza all’intellettuale spagnolo, una vicinanza non solo ideologica, ma soprattutto affettiva.

Nel corso del libro incontriamo altre figure importanti, tutte presentate per dare corpo al leitmotiv di queste memorie: la fragilità che sembra caratterizzare gran parte delle persone ricordate. La morte, la malattia, i momenti di nuda debolezza mostrati solo agli amici sono gli elementi ritornano più spesso: una pittrice di età matura (il cui nome, caso unico, è celato con discrezione da Bompiani) che concepisce un amore infelicissimo per un uomo molto più giovane; Elsa Morante vicina alla morte; la vulnerabilità e gli spigoli di un monstrum come Giorgio Manganelli; la cortese fierezza di Anna Maria Ortese.

A proposito di Manganelli, la Bompiani riporta un suo pensiero


“La scrittura, disse [Manganelli] una sera a certi amici che aveva finito per sopportare con entusiasmo, è glossa, commento. Noi non diciamo, ma aggiungiamo.”


Conclusioni

Ma è, a mio parere, l’interconnessione con le culture europee, nel senso dei legami che sono sempre esistiti tra culture geograficamente vicine nel continente, a fare di “Mela zeta” un capolavoro incredibilmente riuscito.  Il rapporto dell’autrice con Bergamín, Toni Negri che le presenta Gilles Deleuze, Ingeborg Bachmann che è vissuta a Roma: in un periodo in cui tutto era analogico e l’Unione Europea era in lentissima edificazione, esisteva già uno scambio intellettuale su cui forse non si è costruito come si sarebbe potuto.

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