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Oggi vi parlo di un libro verso cui nutrivo grandi aspettative e che al termine della lettura non solo le ha soddisfatte, ma addirittura superate. Sto parlando de “Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry, uscito per Neri Pozza nel giugno del 2017 e definito “libro dell’anno” ai British Book Award 2017.

Ad incuriosirmi e spingermi a leggere questo libro, oltre alla copertina che è spettacolare (un plauso a Neri Pozza ha deciso di mantenere la copertina originale), è stato soprattutto il commento di John Burnside, riportata in quarta di copertina e che dice:


“se Charles Dickens e Bram Stocker si fossero riuniti per scrivere il grande romanzo vittoriano, mi chiedo se avrebbero superato “il serpente dell’Essex”


La trama de “Il serpente dell’Essex”

Londra, fine Ottocento. Le campane di St-Martin- in-the-Fields suonano a morto per le esequie di Michael Seaborne e i rintocchi si diffondono in tutta Trafalgar Square. Cora Seaborne, la giovane vedova del defunto, invece di mostrarsi contrita tira un sospiro di sollievo: la morte di Michael, un uomo stimato e influente, ma anche freddo e crudele, l’ha resa finalmente libera, sollevandola da un ruolo, quello di moglie, che non ha mai sentito suo. Dopo il funerale, accompagnata dal figlio undicenne Francis, un bambino taciturno e stravagante, e dalla fidata bambinaia Martha, Cora cerca rifugio a Colchester, nell’Essex, dove stanno portando alla luce dei fossili lungo la costa. Da sempre appassionata naturalista, la giovane donna vuole approfittare della ritrovata libertà per dedicarsi a quelli che lei chiama «i suoi studi»: frugare tra le rocce e il fango alla ricerca delle ossa fossilizzate di animali vissuti migliaia di anni fa, sull’esempio della paleontologa Mary Anning. A Colchester Cora si imbatte in alcune bizzarre voci secondo cui un serpente mostruoso, ricoperto di scaglie ruvide e con occhi grandi come una pecora, è emerso dalle paludi salmastre del Blackwater ed è risalito fino ai boschi di betulle e ai parchi dei villaggi. Un grande essere strisciante, dicono, più simile a un drago che a un serpente, che abita la terra tanto quanto l’acqua, e in una bella giornata non disdegna di mettere le ali al sole. Il primo ad averlo avvistato, su a Point Clear, ha perso il senno ed è morto in manicomio lasciandosi dietro una dozzina di disegni realizzati con frammenti di carbone. E poi c’è stato quell’uomo annegato il primo giorno dell’anno, ritrovato nudo e con cinque graffi profondi su una coscia. Cora sospetta di trovarsi davanti a un caso di probabile interesse per il British Museum: l’animale leggendario che terrorizza la gente del posto potrebbe essere una specie nuova non ancora scoperta che va esaminata, catalogata e spiegata. Impaziente di indagare è anche il vicario locale, William Ransome, convinto, al contrario, che non si tratti altro che di un’empia superstizione e che sia suo compito ricondurre il paese alla tranquillità e alla certezza della fede in Dio. Cora e William guardano il mondo da punti di vista diametralmente opposti, scontrandosi su tutto. Ma allora perché, anziché sentirsi irritato, William si scopre preda di un’eccitazione e di un’euforia inspiegabili ogni volta che si imbatte in Cora?

Il commento a “Il serpente dell’Essex”

La sinossi racconta di una giovane vedova, Cora, amante delle scienze naturali, di un piccolo paese sulle coste paludose dell’Essex, di un un serpente mostruoso e sanguinario, che, tra antiche leggende e superstizioni popolari, terrorizza la popolazione, e di un vicario che fatica a tranquillizzare la sua comunità e a soffocare i suoi sentimenti per Cora, la donna stravagante, la forestiera venuta da Londra a caccia di fossili e di “mostri”. 
 
Se, come me prima di leggere il romanzo, vi immaginate Cora come una dama vittoriana (siamo alla fine dell’Ottocento) tutta gonne ampie e crinolina intenta a cercare fossili su una spiaggia della costa inglese, rimarrete spiazzati. La nostra protagonista indossa spesso un cappotto da uomo e stivali, non si cura del proprio aspetto, né si nasconde dietro un certo tipo di morale che la vorrebbe inconsolabile vedova, ingenua e pudica. Cora dice quel che pensa, viaggia da sola, non porta il lutto, ed è a tutti gli effetti una donna libera da qualsiasi vincolo o costrizione. Cora ha fiducia nella scienza e nel progresso, ma soprattutto attrae le persone, e credo che questo sia il fulcro di tutta la storia: attorno a lei, infatti, gravita una cerchia di personaggi destinati a creare fra loro legami stretti, spesso tormentati, legami destinati a costruire la struttura portante del romanzo.
 
C’è il vicario William e il suo sentimento non semplice verso la protagonista: lui, uomo di fede, sposato con la deliziosa Stella, lei, Cora, libera e sostenitrice di un pensiero razionale e ateo. E’ un rapporto delicato, il loro, un’amicizia, come si affannano a etichettarla, che fra lunghe passeggiate, accese discussioni e carteggi, pervade le pagine del libro. C’è poi il chirurgo Lukeuomo di scienza geniale e burbero, e c’è Martha, la nanny del figlio di Cora, che con Cora ha un legame speciale. E poi ci sono Spencer, Charles e Katherine e molti altri che non mi soffermo a raccontarvi. Ciascuno di questi personaggi è protagonista di una trama secondaria, sviluppata nel corso del romanzo.
 
In conclusione, Il serpente dell’Essex è un romanzo che ci propone una ricostruzione interessante dell’epoca tardo vittoriana, periodo di grande tensione verso la modernità in ogni campo, un’ambientazione accurata nelle campagne e nelle paludi del Blackwater calata in un’atmosfera gotica.
 
Lo stile è molto curato, l’intreccio narrativo riesce a mantenere un buon ritmo in grado di coinvolgere il lettore ed appassionarlo alla storia.
 

“Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: Perché era lui; perché ero io” (Michel de Montaigne, “Sull’amicizia”).


Partendo da questo splendido esergo, l’autrice costruisce un oscuro quanto seducente romanzo vittoriano, ricco di dialoghi profondi e originali. Indubbio il talento di Sarah Perry capace di incantare il lettore grazie alla ricchezza della sua prosa e alla caratterizzazione dei singoli personaggi. William Ransome e Cora Seaborne dimostrano che non sempre fede e ragione sono due fattori che si escludono reciprocamente.


“Lei gli manda dei segni attraverso i cirri, nel cielo, attraverso le espressioni che ha prestato e preso in prestito, attraverso la cicatrice curva che ha sulla guancia. Allo stesso modo Will pensa di mandarne a lei: crede che le loro conversazioni continuino, silenziose, nella caduta di un seme di sicomoro, che gira e gira fino a toccare terra”.

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