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Oggi voglio parlarvi del romanzo “La vegetariana”, grazie al quale l’autrice, Han Kang, ha vinto il Man Booker International Prize 2016.

A dispetto dal titolo, questo non è un libro sul vegetarianesimo, o almeno non solo. Il personaggio da cui prende spunto la vicenda, è quello di Yeong-hye, una donna che fin dall’inizio del libro viene descritta dal marito come assolutamente normale, prima di fascino e abbastanza insignificante.


“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante.”


Il rapporto marito-moglie in “La vegateriana”

È così che inizia il romanzo e già dalle prime righe capiamo quale sia il rapporto tra la protagonista e il marito. Un rapporto privo di affetto, di interesse, ma costituito solo per tradizione e per conformarsi ad una società che si basa sul matrimonio e che da esso dipende la vita delle persone.

Yeong-hye comincerà a suscitare interesse e curiosità agli occhi del marito e dei famigliari nel momento in cui smetterà di mangiare carne e rifiuterà di venirne a contatto.

La scelta della protagonista non si può dire basata su un’etica precisa, piuttosto è la conseguenza diretta di terribili incubi che colpiscono la donna ogni notte.


“Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo. Dall’altra parte del burrone ghiacciato, una costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all’ingresso. La arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle.


 “Quello che mi fa male è il petto. Qualcosa si è bloccato all’altezza del plesso solare. Non so che cosa può essere. Adesso è perennemente conficcato lì. Lo sento sempre, anche se ho smesso di portare il reggiseno. E per quanto faccia respiri profondi, non vuole andarsene.
Un grumo formato da urla e gemiti aggrovigliati, intrecciati fra loro uno strato dopo l’altro. È per la carne. Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere.”


In una società nella quale la carne rappresenta uno degli alimenti principali, la scelta di Yeong-hye non è ben vista, anzi viene criticata aspramente. La prima persona ad essere in disaccordo con la donna è proprio suo padre che considera il rifiuto della carne un affronto personale oltre ad una sottrazione sistematica dall’ordine e dal conformismo.

Cambio di prospettiva

Se in questa prima parte (il libro è, infatti, diviso in tre parti – La vegetariana, La macchia mongolica, Fiamme verdi) la narrazione è in prima persona, nella seconda parte si passa alla terza persona e il personaggio di Yeong-hye viene analizzato dallo sguardo del cognato, il marito della sorella, che è un artista fallito, un uomo anonimo e senza particolare fascino. Quando, però, viene a conoscenza che Yeong-hye ha una piccola macchia mongolica sulla natica, una macchia azzurra di quelle che solitamente se ne vanno con l’adolescenza, inizia a serbare una segreta ossessione per la cognata e a covare per lei una passione erotica che lo aiuta a sviluppare una scandalosa poeticache, se non altro, lo realizza come artista.

Nella terza parte, “Fiamme verdi”, Yeong-hye smette del tutto di mangiare, non solo la carne, e viene nutrita artificialmente. Il suo rifiuto, l’atteggiamento assente, interpretato come catatonia, la sua idea folle di trasformarsi in albero e nutrirsi solo d’acqua, vengono ritenuti sintomi di pazzia, ma il lettore, come la sorella di Yeong-hye, In-hye, scopre che non è così facile archiviare una persona come pazza. E credo che sia questa la parte più interessante del romanzo. Se il cognato aveva visto in Yeong-hye, nel suo comportamento strano, una fonte di ispirazione, un canale per liberare la propria arte; la sorella, vede in essa, un metro di paragone. Senso di colpa, responsabilità, domande circa la propria vita vissuta all’insegna di un conformismo, non solo alimentare, ma sentimentale, familiare e sociale, non permettono a In-hye di provare solo pietà per la sorella e bollarla come un caso disperato.

Sebbene nell’intero romanzo sono disseminati indizi sulla reale causa del comportamento di Yeong-hye, è in quest’ultima parte che capiamo da cosa ha origine il tutto.

La scelta vegetariana come metafora di negazione di una vita violenta

La carne sanguinante degli animali uccisi è l’immagine in cui si concentra tutta la violenza del mondo. A cominciare da quella maschile del padre di lei, autoritario, veterano della guerra in Vietnam, che quand’era bambina nei frequenti eccessi di rabbia picchiava lei e sua sorella. Alla violenza del padre è seguita l’indifferenza anaffettiva del marito.

Il rifiuto di mangiare carne dà alla protagonista l’illusione di potersi sottrarre all’aggressione costante e pervasiva del mondo intorno a lei, che l’ha ridotta a un mezzo anziché considerarla un fine, per usare la celebre distinzione di Kant. Agli occhi del marito infatti è apparsa per molti anni una partner servizievole e obbediente, priva totalmente, almeno all’apparenza, di soggettività. Per la sua famiglia di origine è sempre stata la tessera docile di un mosaico governato col pugno di ferro dal patriarca. Per tutti una figurina esile, né brutta né bella, che passava inosservata, che non sollecitava confronti, che non creava problemi. Insomma Yeong-hye è stata semplicemente un oggetto, non un soggetto di bisogni, di sentimenti, di diritti

Han Kang ha saputo disegnare i contorni di questo viaggio iniziatico alla rovescia: il trauma della carne sanguinante è il riassunto della morte che si trascina insieme alla vita e che in ogni istante ci ricorda che cadere nel precipizio, in certi casi, può essere paradossalmente la nostra sola salvezza.