Sei mesi fa c’è stata la fine del mondo.

La realtà, per come la conoscevamo noi, è scomparsa. Nessuno ci avrebbe più lasciato raccontare storie – non quelle che avevano un senso – e le regole non ci avrebbero portato da nessuna parte. Ed è buffo, perché tante persone credono ancora che la fine del mondo sia un fatto di grattacieli che crollano, cielo rosso sparato e bambini che piangono, e continuano a crederci anche se stanno già vivendo in mezzo alle macerie, e le persone si chiedono come reagirebbero, loro se perdessero tutto da un giorno all’altro – ma nessuno pensa mai che possa succedere a lui – mentre noi tre siamo la prova che nessuno è al sicuro. E se volessi vedere le cose in grande magari penserei, niente dura per sempre, magari penserei, per poter rinascere dalle sue ceneri una fenice deve prima bruciare, però a me non faceva schifo, il mondo, nel bene o nel male avevo trovato il modo di starci, e se avessi potuto scegliere, ma non ho mai potuto scegliere, non avrei voluto cambiare.”

In questo estratto si cela, secondo me, il senso di tutto il romanzo “La festa nera” di Violetta Bellocchio, edito CHIARELETTERE

Premessa

Prima di iniziare a raccontarvi questo libro devo fare una premessa importante: scrivere la recensione di “La festa nera” è stato difficile per me. Condensare tutta la storia, ma soprattutto, tutte le emozioni e i pensieri che da questa lettura sono scaturiti in me non è stato semplice. Mi sarei soffermata ore su ogni minino dettaglio perché in questo libro tutto è importante, tutto è creato in modo geniale e tutto è narrato in modo preciso.

Chiedo scusa a voi lettori se con questa recensione non riuscirò a rendere la bellezza di questo romanzo e chiedo scusa all’autrice, Violetta Bellocchio, se le mie parole rischieranno di semplificare “La festa nera”.

La struttura della storia: il primo fatto

Alla base della storia vi sono due fatti: il primo riguarda Ali, Misha e Nicola, i tre protagonisti del romanzo. Sono membri di una troupe specializzata in particolari documentari molto seguiti su YouTube, questo prima di essere vittime di una violenta shitstorm online seguita da un servizio molto rischioso il cui epilogo ha avuto conseguenze negative per tutti; loro hanno perso la loro credibilità guadagnata con anni di riprese e documentari, e i soggetti coinvolti in questo servizio hanno subito gravi danni a livello di salute mentale.

Il secondo fatto

Il secondo evento, non meno importante del primo, riguarda alle dinamiche sociali che hanno colpito diverse parti d’Italia, in particolar modo il territorio che si estende lungo la statale 45 tra Genova e Piacenza. In questi luoghi, infatti, si sono manifestate numerose epidemie ed emigrazioni e le persone sopravvissute si sono organizzate in comunità, ognuna diversa dall’altra, ognuna con valori e regole differenti, ma tutte uguali nel rifiutare il contatto con l’esterno e con chi proviene da “fuori la comunità”.

È quando i due eventi si incontrano che prende il via una storia incredibile, al limite con la distopia e molto molto simile alle storie narrate in “Black Mirror”.

Come ha inizio “La festa nera”?

Dopo sei mesi dal disastro che li ha travolti e schiacciati, i tre ragazzi decidono che è arrivato il momento di reagire, di risollevarsi e dimostrare che è possibile fidarsi ancora delle loro capacità. Per fare questo decidono di percorrere proprio la statale 45 e andare a filmare i membri delle cinque comunità che tra Genova e Piacenza hanno preso casa.

È questo che il lettore sa all’inizio de “La festa nera”, ma quello che lo aspetta è un territorio sconosciuto.

Le cinque tappe

Il romanzo procede, quindi, a tappe e sembra essere caratterizzato da un climax ascendente per quanto, man mano si procede, la storia si faccia sempre più paradossale.

Prima tappa

La prima tappa vede i tre reporter arrivare in una comunità di soli uomini (più che comunità sarebbe meglio parlare di confraternita) estremamente misogini che offrono una casa a coloro che nella “vita precedente” avevano commesso i più terribili crimini contro le donne.

Seconda tappa

Nella seconda tappa, invece, Ali, Misha e Nicola ci portano in una comunità di ragazzi giovanissimi (post-hipster vengono chiamati) che vivono di scarti ed elemosina.

Terza Tappa

La terza tappa è quella che mi ha colpito di più: una comunità nella quale tutto sembra ruotare attorno alla scuola-lager – come viene definita dai protagonisti – chiamata Frank nella quale i bambini sono tenuti ad un comportamento rigidissimo e ad imparare fin da piccoli l’uso delle armi da fuoco.

Citazione:


Le regole qui dentro sono semplicissime. Ubbidisci ai maestri; non fare domande se
pensi che la risposta non ti piacerà; se ti manca qualcosa – cibo, matite, vestiti – chiedi
ai maestri e i pensano loro; se ti manca altro, quella è la strada, torna da dove sei venuto.
Le porte sono sempre aperte, e la scuola è diventata una destinazione
quasi invidiabile per chi non riesce più a mantenere i figli, o per chi,
azzardo, vuole farli crescere alla barbara.”


Quarta Tappa

La quarta tappa, invece, è quella che più mi ha inquietato in quanto, anche se in modo meno marcato e sadico, ho avuto modo di verificare l’esistenza dei primi “germi” nel mondo attuale. Questa comunità è caratterizzata da donne, per lo più madri, che venerano il dolore come fosse una religione e sono votate all’autoflagellazione.

Ultima tappa: “La Mano”

Ma è l’ultima tappa quella più ambita dai tre ragazzi de “La festa nera”. Questa comunità è chiamata La Mano e vi fa parte un uomo misterioso – il Padre – le cui capacità di guarire i malati sono divenute famose ovunque e tutti, o comunque la maggior parte delle persone, brama di incontrarlo per avere un aiuto.

Confesso che sono una grande fan di “Black Mirror“. Il motivo per il quale questa serie è riuscita a catturare il mio interesse non sta tanto nelle storie raccontate, ma bensì la sensazione che la fine di ogni puntata mi lasciava: stupore, paura, disagio, disperazione, euforia. Le stesse sensazioni le ho provate leggendo “La festa nera”. È stato quando ho chiuso il libro che sono stata colpita in modo prepotente e forte dalla necessità di riflettere su quanto avessi letto.

Storia di un futuro prossimo

La stessa autrice, Violetta Bellocchio, ha detto più volte e in modo molto chiaro che “La festa nera” non è un libro che tratta una storia distopica di un futuro a noi ancora lontanissimo, ma ciò che viene narrato nel romanzo è ciò che potrebbe accadere tra qualche anno. È stato come se qualcuno mi avesse sbattuto in faccia la realtà, come se avessi vissuto in una bolla per anni e poi, all’improvviso, la bolla sia scoppiata rivelandomi la vera faccia del mondo.

Ho tanti pensieri nella mia testa ora, ma su di una cosa sono certa: passerà molto tempo prima che mi capiterà di leggere di nuovo un libro così bello e potente!


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