Shirley Jackson è una delle mie autrice preferite. Ho amato tutti i suoi libri, da “La lotteria” a “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, fino ai miei preferiti “Lizzie” e “L’incubo di Hill House”, editi in Italia da Adelphi.

Non potevo, quindi, esimermi dal vedere la nuova serie tv prodotta da Netflix e diretta da Mark Flanagan, già nominata prima grande serie horror prodotta da Netflix. Flanagan decide, in modo assolutamente originale e da me apprezzato, di sconvolgere totalmente la trama mantenendo solamente la base della casa infestata e omaggiando il romanzo della Jackson riprendendone i nomi di alcuni personaggi. Ho appena finito la serie e sento di potervela consigliare.

Di cosa parla Hill House?

Hill House è una saga familiare che ruota attorno alla famiglia dei Vance composta dal padre Hugh, dalla madre Olivia e dai loro cinque figli: Steven, Shirley, Theodora, Luke e Nell.

Hugh e Olivia sono due imprenditori – architetti e girano gli USA con i figli in cerca di vecchie ville da valorizzare attraverso ripianificazione degli spazzi e ristrutturazione. È questo il caso di Hill House, una villa enorme, gotica e decadente che avrebbe bisogno di essere sistemata da cima a fondo.

Hill House non è quel genere di horror che ti fa saltare sulla sedia dalla paura. Il regista evita accuratamente di ricorrere ai trucchi facili, ma dimostra grande capacità nel costruire un’atmosfera assolutamente inquietante.

Hill House non è una casa come le altre

Hill House, però, non è solo una vecchia casa, ma nasconde al suo interno qualcosa di terrificante che obbligherà la famiglia Vance ad abbandonarla improvvisamente. Tutti i Vance, ad eccezione della madre Olivia, abbandoneranno Hill House durante una calda notte di fine anni ’80, lasciandosi alle spalle mostri, momenti di terrore e una tragedia che sconvolgerà le loro vite per sempre.

Hill House non è una serie tv come le altre perché pur conquistandoti fin dalle prime immagini, con il passare delle ore continua a crescere, a trasformarsi, a diventare qualcosa di più che un semplice horror.

La storia divisa tra passato e presente

La narrazione si alterna a quella terribile estate e il momento presente, quando ormai ognuno dei Vance ha intrapreso la propria strada. Steve è diventato uno scrittore di successo grazie al romanzo tratto dai fatti dell’estate a Hill House; Shirley lavora in un obitorio con il marito; Theodora è una psicologa infantile, germofobica e con presunti poteri extrasensoriali; Luke è un tossicodipendente e la sua gemella Nell è quella che meno degli altri è riuscita a superare gli incubi della casa infestata.

La vita adulta dei fratelli Vance viene stravolta da una nuova tragedia che vede la morte di uno dei cinque fratelli. Questo drammatico evento risvegli in loro vecchi spettri, portando i fratelli ad indagare nel proprio passato e a fare i conti con le proprie paure.

La sesta puntata di Hill House

La narrazione della storia diretta da Flanagan procede in un crescendo di tensione perchè ad ogni puntata si scoprono sempre più elementi, fino ad arrivare alla conclusione della serie dove ogni cosa diverrà chiara allo spettatore.

La chiave di volta della stagione è, senza dubbi, la sesta puntata. Fino a questo momento, infatti, il regista ci aveva fatto conoscere singolarmente i membri della famiglia Vance, dalla sesta puntata tutto cambia in modo sorprendente e molto intenso. I Vance torneranno insieme e affronteranno, nel vero senso della parola, i fantasmi del proprio passato.

Scopriranno così che i fantasmi non infestano solo la casa, ma si trovano dentro ognuno di loro sotto forma di cicatrice di quello che è successo.

Se c’è una cosa che ho amato di Hill House è la profonda analisi psicologica delle paure e degli incubi che crescono insieme a noi e che, di fatto, diventano una parte del nostro essere.

Ma Hill House lascia spazio anche a momenti di commozione, specialmente nell’ultima puntata, nella quale lo spettatore più sensibile ed emotivo non riuscirà a trattenere le lacrime; per me è stato così.

Ma chi era Shirley Jackson?

Veniano ora all’autrice. Chi era Shirley Jackson e come fece a diventare fonte di ispirazione di autori del calibro di Stephen King?

La Jackson nacque a San Francisco il 14 dicembre 1916, anche se lei mentì sempre sulla data di nascita dicendo di essere nata nel 1919 perché non voleva risultare più vecchia del marito.

Nel 1930 la famiglia si trasferì a New York e la Jackson si iscrisse alla facoltà di Arti Libere dell’Università di Rochester, abbandonata due anni dopo a causa di una forte depressione. Dopo l’abbandono dell’Università si chiuse in casa e si prefisse di scrivere ogni giorno almeno mille parole, cosa che fece fino alla morte.

Nel 1937 iniziò a frequentare l’Università di Syracuse, dove studiò giornalismo, per poi dedicarsi alla lingua e letteratura inglese. Pubblicò svariati articoli sulla rivista letteraria studentesca e fondò con Stanley Edgar Hyman, suo futuro marito, la rivista The Spectre. Jackson usò la sua posizione come membro del giornale accademico per difendere i diritti civili degli studenti, denunciando, tra le altre cose, la scarsa presenza di studenti di colore nella sua università e il degrado degli studentati. Si laureò nel 1940 in lingua inglese e nello stesso anno sposò Stanley Hyman, che divenne in seguito un rispettabile critico letterario.

La vita di Shirley Jackson non fu semplice. Fin da bambina soffrì per le continue critiche, soprattutto riguardo il suo aspetto fisico, rivoltale proprio dalla madre che arrivò a definirla “figlia di un aborto mancato“.

Visse la sua infanzia isolandosi dai coetanei e trovando conforto solo nella scrittura.

La vita da adulta della Jackson divenne ostentata ribellione nei confronti della madre e trasformò la sua casa in un ritrovo di amici ed intellettuali. Nonostante i frequenti ritrovi con gli amici e gli scrittori, la Jackson si sentì sempre oppressa dal suo ruolo di moglie e sentiva di essere esclusa dalla comunità nella quale viveva.

Stanley Hyman non fu certo un marito perfetto, ma se ha un merito è quello di aver difeso sempre le opere letterarie della moglie da coloro che consideravano le sue crude visioni di follia, l’alienazione e il terrore come inquietudini personali, quando invece, secondo Hyman, non erano altro che la rappresentazione della realtà del loro tempo: le due guerre, i campi di concentramento e le bombe atomiche ebbere sulla scrittrice un forte impatto.

I traumi infantili e l’infedeltà del marito portarono la scrittrice a fare spesso uso di alcol, tranquillanti ed amfetamine. Nel settembre del 1962, poco dopo la pubblicazione di “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, la Jackson ebbe un esaurimento nervoso accompagnato da un’acuta agorafobia che la trattenne chiusa in casa per sei mesi. Per riprendersi impiegò due anni, durante i quali non scrisse nulla; verso la fine di questo periodo buio, cominciò a scrivere un diario pieno di aspettative per il futuro, in cui si vedeva finalmente libera dall’oppressione del marito, capace di cavarsela da sola senza paura, senza venire degradata da nessuno. Quando si riprese, Jackson cominciò a scrivere un romanzo divertente, con uno stile diverso dal solito, positivo. Purtroppo, non riuscì a finirlo perché morì colpita nel sonno da insufficienza cardiaca, all’età di quarantotto anni.

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