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Politica, amore, tormento e ricerca. Sono questi i temi alla base della raccolta di poesie “Farràgine” di Marco Amore, edito Samuele Editore.

Leggere le poesie di Marco Amore è come fare un tuffo nel passato e rivivere le poesie di Leopardi, “A Silvia” in particolare modo, ed anche la famosissima opera di Dante. La mia è un’opinione soggettiva e sono pronta ad essere smentita da chi di poesia ne sa di più, ma quando il poeta parla di politica e amore non posso non pensare ai grandi autori sopracitati.

COME LA MUSA DI LEOPARDI

Come in “A Silvia” Leopardi invocava la sua musa, che in realtà si chiamava Teresa Fattorini ed era la figlia del cocchiere della famiglia Leopardi, anche Marco Amore rivolge i suoi versi ad una donna: Lucia. Nelle poesie di Amore, come in quelle del poeta di Recanati, la figura femminile dona prospettiva al ragionamento del poeta e profondità ai suoi sentimenti. Le poesie di Marco Amore sono fortemente contraddittorie perché riflesso del suo animo. In più di un’occasione troviamo il poeta chiuso nella propria stanza a tormentarsi, mentre la donna amata non perde occasione per dileggiarlo con lo sguardo o il pensiero. Proprio questa immagine riporta alla memoria del lettore quella di Silvia (Teresa Fattorini) intenta a passeggiare per le vie di Recanati e Leopardi chiuso nel suo studio dedito a studi matti e disperati.

L’INFERNO DANTESCO

Ma il poeta, se da una parte tortura se stesso e la propria anima per questo travagliato amore, dall’altra parte non gioca con i sentimenti del lettore il quale ha chiaro già il triste epilogo della relazione. E qui veniamo a Dante. Nella poesia “Cin Cin” abbiamo una visione moderna dell’Inferno dantesco e al lettore è visibile la disperazione del poeta:

quanti oboli ho pagato al traghettatore? tuttavia si è
rifiutato di recapitarmi sulle opposte, cupe rive
dell’Acheronte. Pertanto mi bagnai nel gange. DIVIETO DI
BALNEAzIoNE nei profluvi orientali. Ma se sono di
aromatico vino da esportazione…

torrenti, fiumi, greti e canali impregnati dal vino delle messe.
E ne sono ebbro

lo Stige fluiva dai suoi occhi, ma fu l’oblio del Lete dei suoi
seni a condannarmi. Nell’incavatura tra le cosce | come un
fiume questuante d’acque terrestri, che scorre nella
rigogliosa valle dell’Eden

lo sfolgorate nome era Shakti , e Shakti era Kali, e Kali era
durga, e durga era Shiva
l’intimità della donna era Iblis e Yama e ganesha e Nezha
e le sue dita pudiche erano Inari, Raijin, Baldr, Vali,
Malsumis, Wawalag, Borr e Bomazi
la sua favella era Bragi e intendeva ogni lingua e ogni
lingua dei segni del mondo

mia amata

*

penzola l’arto dalla pacifica branda. Ho il cuore all’inferno
e il corpo disteso sulla lana. Il Lete rimbomba tra le sue
pallide forme cedevoli? Vellutati? sprimacciati cuscini su cui riposa
il corpo di un altro|, e l’Acheronte e il Cocito tra quegli occhi
arrossati. La mia donna non è mia. La mia donna è su internet

un buon condottiero non è bellicoso, Lao tzu? un buon
combattente non è iracondo? Allora son degno
dell’aggettivo «pessimo», perché contesi e fui iracondo,
istupidito da un’effimera attrazione. Milton, narra del mio
paradiso perduto

la dizione che ti ha concesso Natura servirà il mio scopo
o marcirà con la torba che ingombra le fauci del tuo sonno
basta ammennicoli: parole e parole e parole
ma tutti puntate indici a casaccio

i tre giorni sono trascorsi, ma giaccio ancora, inerme, nel
gelido sepolcro
è la mia bucolica branda… il mio sepolcro… la mia coscienza

LA POESIA

Per il poeta un ruolo di grande importanza, l’elemento salvifico per eccellenza, è la poesia. Prova in tutti i modi ad arrivare al cuore dell’amata, ma invano e dopo numerose cadute non gli resta che attaccarsi con tutte le forze ai suoi versi e lasciarsi trasportare, sfinito, ma ancora in vita.

CONCLUSIONE

Marco Amore è al suo esordio come poeta, ma sono certa ne sentiremo parlare ancora, con nuove raccolte e nuove poesie. Vi consiglio caldamente la lettura di questa raccolta di poesie, ma non da leggere tutte d’un fiato. “Farràgine” è un libro da tenere sempre con se, così da poter assaporare poco per volta i piccoli componenti di Marco Amore.

Ed ora vi lascio con la mia poesia preferita di questo poeta:

Giaculatoria alla delusione

Ho chiesto a un fiore: «Amami».
Era il rampollo d’una celidonia.
Il fiore sanò i miei occhi incandescenti.
«ti amo», rispose. Ma non si schiuse.
Ho supplicato una poiana di amarmi.
Lei mi trotterellò su una spalla,
mi beccò affettuosamente un orecchio
e ne trasse per sbaglio un capolavoro di Cechov.
«ti amo», rispose. Ma volò altrove.
Ho chiesto a una donna di amarmi
e lei mi ha deriso, ignara della mia condizione.
ogni sua occhiata è una risata; ogni suo pensiero uno sberleffo.