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Addio a Luis Sepúlveda, l’autore amato da tutte le generazioni

da | Aprile 16, 2020

Ricordo l’estate dei miei 7 anni quando alla mattina, dopo aver fatto colazione, uscivo in cortile a leggere “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Questa è stata la prima immagine che mi è venuta in mente quando ho ricevuto la notizia della morte di Luis Sepúlveda; conservo ancora il libro che mi ha “iniziata” alla lettura e certamente sarà uno dei primi che leggerò alla mia bambina che nascerà tra qualche settimana.

Non mi soffermerò molto a sottolineare come è morto l’autore cileno, basta leggere i titoli di un qualsiasi quotidiano per scoprire che ad “ucciderlo” è stato il Covid_19, ma quello che mi piacerebbe fare ora è ricordare la sua voce attraverso le storie che ha regalato a noi lettori.

Ricordiamo tutti “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, suo romanzo d’esordio dedicato a Chico Mendes, con il quale regalò ai lettori un primo pezzo della sua intensa vita: sette mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar. Nel 1977, espulso dal Cile dopo due anni e mezzo di carcere, si era unito a una missione dell’Unesco per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. Nacque così una storia sospesa tra due mondi, quello degli indios diffidenti nei confronti dei bianchi e quei bianchi che al protagonista avevano insegnato a leggere dandogli così un rifugio per la perdita della giovane moglie.

Il suo secondo romanzo, invece, è la testimonianza più diretta del suo attivismo per l’ambiente e i diritti degli animali. Con “Il mondo alla fine del mondo, descrisse ciò che gli era sembrato inevitabile dal ponte di una nave di Greenpeace, organizzazione a cui si era unito negli anni Ottanta: navi-fabbrica che trascinano a bordo balene esangui e si trasformano in mattatoi, inseguimenti tra le nebbie dell’Antartide, militanti ecologisti contro pescatori giapponesi.

Dall’inizio della sua produzione letteraria, però, i lettori erano in febbrile attesa del romanzo della sua esperienza di prigioniero della dittatura di Pinochet. Sepúlveda ci mise anni per scrivere questo libro perchè il suo intento è sempre stato quello di “fare letteratura” evitando di cadere nella trappola della psicoletteratura. Ecco, quindi, che nasce “La frontiera scomparsa”, raccolta di racconti che seguono le tappe di un cileno che dalle prigioni di Pinochet ritrova la libertà attraversando l’Argentina, la Bolivia, il Perù, l’Ecuador, la Colombia, in treno o su veicoli di fortuna fino a Panama dove si imbarcherà per la Spagna.

Ci siamo abituati anche a leggere la trasposizione letteraria, se così possiamo definirla, della sua storia d’amore con la moglie e famosa poetessa Carmen Yáñez, tra i romanzi di questo genere ricordiamo “La lampada di Aladino” e “Un nome da torero”.

Ma sono le favole la parte più importante, e quella più amata, della produzione letteraria di Sepúlveda. Qui sotto trovi la lista completa.

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

I gabbiani sorvolano la foce dell’Elba, nel mare del Nord. “Banco di aringhe a sinistra” stride il gabbiano di vedetta e Kengah si tuffa. Ma quando riemerge, il mare è una distesa di petrolio. A stento spicca il volo, raggiunge la terra ferma, ma poi stremata precipita su un balcone di Amburgo. C’è un micio nero di nome Zorba su quel balcone, un grosso gatto cui la gabbiana morente affida l’uovo che sta per deporre, non prima di aver ottenuto dal gatto solenni promesse: che lo coverà amorevolmente, che non si mangerà il piccolo e che, soprattutto, gli insegnerà a volare. E se per mantenere le prime due promesse sarà sufficiente l’amore materno di Zorba, per la terza ci vorrà una grande idea e l’aiuto di tutti.

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

Le lumache che vivono nel prato chiamato Paese del Dente di Leone, sotto la frondosa pianta del calicanto, sono abituate a condurre una vita lenta e silenziosa, a nascondersi dallo sguardo avido degli altri animali, e a chiamarsi tra loro semplicemente “lumaca”. Una di loro, però, trova ingiusto non avere un nome, e soprattutto è curiosa di scoprire le ragioni della lentezza. Per questo, nonostante la disapprovazione delle compagne, intraprende un viaggio che la porterà a conoscere un gufo malinconico e una saggia tartaruga, a comprendere il valore della memoria e la vera natura del coraggio, e a guidare le compagne in un’avventura ardita verso la libertà.

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Le lumache che vivono nel prato chiamato Paese del Dente di Leone, sotto la frondosa pianta del calicanto, sono abituate a condurre una vita lenta e silenziosa, a nascondersi dallo sguardo avido degli altri animali, e a chiamarsi tra loro semplicemente “lumaca”. Una di loro, però, trova ingiusto non avere un nome, e soprattutto è curiosa di scoprire le ragioni della lentezza. Per questo, nonostante la disapprovazione delle compagne, intraprende un viaggio che la porterà a conoscere un gufo malinconico e una saggia tartaruga, a comprendere il valore della memoria e la vera natura del coraggio, e a guidare le compagne in un’avventura ardita verso la libertà.

Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà

È dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libertà conosciuta da cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto. Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo compagno Aukaman, il bambino indio che è stato per lui come un fratello. Per un cane cresciuto insieme ai mapuche, la Gente della Terra, è odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte le sue creature. Ora la sua missione – quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco – è dare la caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di là del fiume. Dove lo porterà la caccia? Il destino è scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedeltà: alla vita che non si può mai tradire e anche ai legami d’affetto che il tempo non può spezzare.

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa

Da una conchiglia che un bambino raccoglie su una spiaggia cilena, a sud, molto a sud del mondo, una voce si leva, carica di memorie e di saggezza. È la voce della balena bianca, l’animale mitico che per decenni ha presidiato le acque che separano la costa da un’isola sacra per la gente nativa di quel luogo, la Gente del Mare. Il capodoglio color della luna, la creatura più grande di tutto l’oceano, ha conosciuto l’immensa solitudine e l’immensa profondità degli abissi, e ha dedicato la sua vita a svolgere con fedeltà il compito che gli è stato affidato da un capodoglio più anziano: un compito misterioso e cruciale, frutto di un patto che lega da tempo immemore le balene e la Gente del Mare. Per onorarlo, la grande balena bianca ha dovuto proteggere quel tratto di mare da altri uomini, i forestieri che con le loro navi vengono a portare via ogni cosa anche senza averne bisogno, senza riconoscenza e senza rispetto. Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l’idioma del mare.

CONCLUSIONE

Non possiamo che ringraziare questo grandissimo uomo e scrittore per la sua testimonianza di vita vissuta in difesa dei più alti ideali di libertà e uguaglianza.

Qui sotto una breve citazione tratta dal suo romanzo “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” che sicuramente rincuorerà noi lettori:

“Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia. Sapeva leggere.”

Mi chiamo Virginia...

Nata a Desio, in provincia di Monza, 25 anni, 153 cm e mezzo (!!!).

Blogger per passione prima e per lavoro poi, credo fermamente nella bibliodiversità e nelle realtà editoriali indipendenti, che spesso nascondono perle di cui pochi sono a conoscenza.

Leggo circa 12 libri al mese, e li recensisco sul mio Blog LeggIndipendente.

Se vuoi farmi sapere cosa ne pensi, consigliarmi un libro, o anche solo fare due chiacchiere, puoi scrivermi a virginia@leggindipendente.com

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